Brasile, occhio ai nuovi Orange

Brasiliani d’Europa: per decenni li abbiamo chiamati così, gli olandesi. Il loro gusto del gioco aveva pochi eguali, così come la capacità di esaltare il talento senza limiti anagrafici, né territoriali: la generazione Cruyff sfiorò due volte il titolo mondiale, beffata dai padroni di campo. A quello squadrone che ha rivoluzionato il calcio seguì un’altra covata d’oro, l’Olanda del meticciato, che Gullit incarnava con tutta la sua potenza al fianco dell’elegantissimo Van Basten. Erano gli anni Ottanta: quell’Olanda vinse finalmente un grande titolo, l’Europeo 1988. L’Olanda attuale ha una vaga parentela con quelle che l’hanno preceduta: meno brillante, ma più pratica. Spettacolare in Robben, geniale in Van der Vaart, essenziale in Sneijder e Van Persie, aspra in Van Bommel, il genero del ct Van Marwijk, del quale si temono gli scontri con Felipe Melo in un duello all’ultimo tackle. È un’Olanda che, a dispetto del modulo – il 4-3-3 – non pretende di piazzarsi al centro del ring, che lascia volentieri agli avversari per fulminarli con ripartenze micidiali. Non più cicala, né solo formica: il suo è un compromesso tra il passato ed il presente. Lo era anche l’Olanda di Hiddink, che in Francia arrivò ad un rigore dalla finale, eliminata proprio dal Brasile che si sarebbe poi inchinato a Zidane. Il Brasile ha qualche problema da risolvere – Elano ko – ed un’immagine da consolidare, dopo la brutale dimostrazione di forza esibita contro il Cile. Le invenzioni di Kakà – e Capello direbbe che non serve Marconi per capirlo – sembrano più che mai l’ago di una bilancia in equilibrio più di quanto non si possa immaginare. Tocca a lui estrarre i colpi risolutivi, ora che il Mondiale si decide davvero. Gli olandesi hanno imparato anche a concedere poca confidenza ai rivali più pericolosi. Ottimisti. «Non è il momento di uscire – spiega Kuyt, trasformatosi in laterale destro come nel Liverpool dopo una vita da bomber – con tutto il rispetto per il Brasile, non ci sentiamo inferiori. Robinho? Luis Fabiano? Fortissimi. Ma noi abbiamo Robben. L’obiettivo è la terza finale della nostra storia». Dunga tocca ferro, dopo essersi lamentato degli arbitri, tolleranti con chi picchia. E raccomanda tanta pazienza per stanare quest’Olanda così diversa dalla tradizione di perdente tra gli applausi. -leggo.it-