Kabul, ucciso 007 italiano vittima dei terroristi

Kabul, ucciso 007 italiano vittima dei kamikaze Per la stampa era uno 007 dei servizi segreti. Per la Farnesina -un diplomatico-. Ma chi fosse l’italiano, ucciso insieme ad altre diciassette persone da un commando talebano a Kabul, ormai è chiaro. Pietro Antonio Colazzo, 48 anni, era il numero due sul territorio afgano dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, consulente dell’ambasciata e del governo italiano. Era pugliese di Galatina ma parlava il dari, uno dei dialetti della terra dell’oppio. Viveva lì da due anni e di quel paese conosceva la lingua, i segreti e il tritolo. Come quello utilizzato, dalle 6.30 in poi di ieri mattina, in una serie di attentati a catena nel quartiere dove sorgono gli alberghi degli stranieri. Quando la prima autobomba ha devastato la Guesthouse Arya, uccidendo nove indiani, Colazzo era nella hall del Residence Park. È lì che due terroristi hanno fatto irruzione, mentre un terzo kamikaze si faceva saltare in aria vicino alle rovine dell’hotel distrutto ferendo una trentina di persone. Uno dei ribelli si era asserragliato in una camera, quando il funzionario italiano ha chiamato la polizia afgana per informarla dei movimenti dei combattenti. I proiettili lo hanno raggiunto e ucciso mentre era al telefono. "Era un uomo coraggioso", è stato il commento del generale Abdul Rahman, capo della polizia di Kabul. "Grazie a lui abbiamo potuto evacuare sani e salvi altri quattro italiani". Sulla sua morte la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta guidata dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti, responsabile del pool antiterrorismo. Ma per il presidente dell’Afghanistan, l’obiettivo dell’attacco non era l’Italia: "Si è trattata di un’azione diretta contro i cittadini indiani impegnati ad aiutare il popolo". Cordoglio per una "vittima innocente" anche dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Dal Colle arriva l’appello a un ulteriore concreto sforzo comune per sconfiggere il terrorismo. È contro la follia della violenza e dell’intolleranza che il premier Silvio Berlusconi sente il dovere di opporsi. Un sentimento che, unito alla delicata rete di rapporti internazionali, spinge il governo a bocciare l’exit strategy. "La nostra linea non cambia", garantisce il ministro degli Esteri Franco Frattini. Mentre il collega della Difesa, Ignazio La Russa, gli fa eco. "Sarebbe strano – fa notare – se ci fermassimo di fronte a episodi luttuosi e dolorosissimi. È questa la ragione per cui siamo lì".