Berlusconi rompe con Fini e lo sfiducia

L’esito immediato, e persino riduttivo rispetto alle attese, è che Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio finiranno davanti ai provibiri del Pdl. Aleggia la scissione/cacciata, a seconda di come la si veda. Mentre Gianfranco Fini riunisce di nuovo i suoi, annuncia una conferenza stampa per oggi e ribadisce che resterà presidente della Camera, perchè su questo non decide Berlusconi. Anche se per il premier «viene meno la fiducia nel suo ruolo di garanzia» («allo stato», fanno aggiungere, ottimisti, La Russa e La Meloni). Ruolo invocato, è l’accusa, solo quando si trattò di non fare campagna elettorale per le regionali. È lo stesso Berlusconi a illustrare, dopo il vertice serale del partito, il documento approvato. Che non espelle nessuno: sarebbe stato complicato anche a livello legale. Ma che deferisce i tre finiani più pugnaci. E «censura» politicamente il cofondatore. E il suo «dissenso nei confronti del governo, della maggioranza e del presidente del Consiglio. Non ho mai risposto», sostiene il premier, in modo «responsabile, visto il momento di crisi». Ma poi «abbiamo ritenuto che il Pdl non potesse pagare il prezzo troppo alto di mostrarsi diviso », continua il Cav. Insiste: «Abbiamo provato in tutti i modi a ricucire, non è stato possibile. Non sono più disposto ad accettare il dissenso». Dissenso che, si legge nel testo anti-Fini, articolato e duro, è piuttosto una «volontà demolitoria», sempre più compiacente con la «sinistra», e tradotta con tanto di «struttura, tesseramento e iniziative, prefigurando già l’esistenza sul territorio e in Parlamento di un partito nel partito, pronto a dar vita a una nuova aggregazione politica». E senza rispettare «il vincolo di solidarietà» con compagni di partito, invitati a dimettersi perché indagati. E abbandonati al «gioco al massacro» della «stampa, dei nostri avversari e di qualche Procura». I tre finiani che sono nell’Ufficio di presidenza – Ronchi, Urso e Viespoli, – si prendono 24 ore per decidere la risposta, dopo aver votato no al documento. Resta che Berlusconi sancisce la rottura ufficiale, fortissimamente voluta, con Fini. Che invece ha provato fino all’ultimo a tenerla ufficiosa. Si chiude una giornata tesa. Era partita col premier che rifiutava la tregua proposta da Fini via Foglio. Perché «è troppo tardi», a giudizio di Berlusconi. E perché a leggere l’intervista completa, Fini riproponeva tutte le condizioni giudicate inaccettabili dal Cav. A partire dall’azzeramento dei triumviri. Il risultato è che a tre mesi dalla minaccia di Fini di creare suoi gruppi parlamentari, che fece precipitare la situazione nel Pdl, i gruppi stanno per nascere, forse già oggi. I finiani firmano la lettera di dimissioni dal gruppo Pdl alla Camera e la consegnano all’ex leader di An. Per tutto il giorno incontrano Fini, si contano e comunicano adesioni crescenti. Parlano di 33 deputati e 11 senatori. Pretattica a parte, è certo che i numeri per costituire dei gruppi (20 a Montecitorio, 10 a palazzo Madama), ci siano. Almeno alla Camera. Ma Berlusconi fa sapere che per l’esecutivo «non c’è nessun rischio». «È un dejavù, siamo tornati alla direzione dello strappo», commenta sull’altro fronte il senatore Augello. -epolis-