Berlusconi affondo ai finiani: Fini non è arbitro alla Camera

Alla fine arriva, la chiamata ad Alfredo Mantovano con cui Gianfranco Fini mette una pezza sul caso Granata e ribadisce al sottosegretario la sua «stima e considerazione». Mantovano, però, non chiedeva una telefonata ma un intervento ufficiale del presidente della Camera in aula. Ma che Fini sconfessasse pubblicamente un suo uomo nessuno ci credeva: anzi lunedì ha difeso Granata da ipotetiche sanzioni. Un colpo al cerchio uno alla botte. Non per questo nel Pdl la tensione scende. Per Silvio Berlusconi la resa dei conti dovrebbe essere rapidissima. Ma le colombe consigliano prudenza perché, tuttora, non si sa come fare. I finiani lo sanno, e giocano sul filo. Una priorità, quella di cacciare Fini, che per Berlusconi potrebbe anche valere lo slittamento della legge sulle intercettazioni. Tant’è che Fini, in attesa di capire la scelta del Pdl, rinvia a domani, giorno della calendarizzazione in aula del ddl, la decisione sui tempi di discussione. Il premier starebbe pensando – palazzo Chigi smentisce ma la notizia trova conferme ufficiose – di portare un dossier domani o giovedì in un ufficio di presidenza per dimostrare che Fini non è super partes e non può guidare Montecitorio. È il duello sulla questione morale a convincerlo ancor di più che non c’è armistizio possibile: lunedì Fini chiedeva le dimissioni degli indagati. E benché lo stesso Verdini gli rispondesse in serata che se lo può scordare, ieri Italo Bocchino tornava alla carica dicendo che «Fini pensa al partito, Verdini alla sua banca». Quanto all’indagine su Caliendo, Bocchino si diceva «preoccupato ». Mentre Berlusconi blinda Caliendo perché, spiega in privato, «non si può essere ostaggi dei pm». Salvo imprevisti traumatici, la nuova battaglia sarà dunque a settembre. Al Senato approderà la mozione di sfiducia dell’Idv contro il sottosegretario. Che faranno i finiani, dopo aver obbligato Brancher e Cosentino a sloggiare? -epolis-