Afghanistan, la guerra è un fallimento

Scoop di Wikileaks, stragi e crimini nel rapporto sul web Choc al Pentagono. Afghanistan, svelati 92.000 documenti top secret, il Pakistan aiuta i terroristi contro gli Usa. E questo primo clamoroso caso di collaborazione tra i crociati internettiani del giornalismo investigativo e la carta stampata, allo scopo di rendere pubblici materiali altrimenti top secret, è solo una delle tante notizie che ruotano intorno a questo evento mediatico. I redattori delle tre testate hanno fatto con scrupolo il loro lavoro, evidenziando le notizie di maggiore impatto: i servizi segreti pachistani che stando agli americani in realtà guidano i talebani contro il governo afgano e gli alleati occidentali; l’esistenza di una unità speciale americana, la Task Force 373, incaricata di catturare o uccidere i capi talebani, spesso a costo di sanguinose stragi di civili occultate o negate dai militari; i missili terra-aria in mano ai talebani che li hanno usati per abbattere diversi velivoli; i numerosi, sanguinosi incidenti causati dai missili lanciati dagli aerei senza pilota (i “droni”) manovrati dal Nevada; l’espansione delle operazioni paramilitari della Cia. Ma al di là degli scoop su cui si concentreranno i media, ci sono tante storie umane messe in ombra dalla giostra di notizie sensazionali. C’è la visione dal basso della guerra documentata dai “diari di guerra”, inizialmente una visione ottimistica, quasi ingenua, che nel corso degli anni va mutando, allorché soldati e ufficiali aggrappati alle loro armi e incapaci di capire il mondo in cui vivono e combattono si accorgono di ritrovarsi in una guerra di serie B: mentre non si bada a spese per l’Iraq, in Afghanistan, si scopre, gli istruttori che stanno formando le truppe afgane non hanno i fondi per pagare un salario ai loro allievi. Con Obama i soldi e i rinforzi stanno arrivando, ma questa era comunque una guerra dimenticata. Forse era questo che non riusciva ad accettare chi ha passato a Wikileaks i rapporti segreti. Oppure, gli apparati di sicurezza americana hanno ancora una volta pagato gli effetti del delirio tecnologico-informatico da cui sono posseduti, per cui sono legati mani e piedi alla abilità di giovani geni dell’informatica, gente che per definizione è portata invece a credere nella libera circolazione delle idee e delle notizie. Può aiutarci a immaginare chi possa essere la fonte anonima la figura del 22enne analista militare Bradley Manning, condannato di recente per aver trasmesso sempre a Wikileaks altri dati riservati. Dopo aver scaricato le informazioni su finti cd di Lady Gaga, Manning, che operava da un avamposto isolato in Iraq, sentì il bisogno di vantarsi con un blogger (che l’ha denunciato) di quanto stava facendo: «Ha una portata globale e una profondità mozzafiato… è bellissimo e orripilante…sono dati pubblici, devono essere di dominio pubblico». Si capisce perché molti vedono in questo ragazzino un eroe. -leggo-