Ecco la bioedilizia che ricicla tutto

La casa verde Co2.0, in Sardegna. C’è un aspetto della bioedilizia che non viene raccontato, riguarda le storie di alcuni materiali, quelli che quando arrivano in Europa come materie prime vengono trasformati nell’ingrediente ‘green’ dell’architettura ‘eco’, ma che nei Paesi in cui vengono prodotti con la sostenibilità hanno poco a che fare. E’ il caso del kenaf, una pianta «che sta creando non pochi problemi in Africa perché coltivata sfruttando il lavoro sottopagato delle donne e senza generare ricchezza nel Paese, anzi sottraendo spazio all’agricoltura. La pianta viene esportata e in Europa dove si trasforma in materia prima per la cosiddetta bioedilizia». Così Daniela Ducato, coordinatrice de La casa verde Co2.0, racconta il volto inedito della bioarchitettura. La Casa Verde Co2.0, che la Ducato coordina, è il più grande polo produttivo italiano della bioedilizia. E’ in Sardegna che nasce il primo nucleo del distretto che oggi coinvolge anche altre regioni in un progetto di collaborazione e di scambio che fa guadagnare le aziende, in reputazione e in materia prima. Qui, l’innovazione si fa attraverso lo scambio, per promuovere l’utilizzo di materie e prodotti realizzati senza ulteriore consumo di suolo e di risorse e senza ulteriori aggravi di Co2. La rivoluzione ‘verde’ parte dal linguaggio, «trasformando la parola ‘scarto’, che indica una perdita, in ‘eccedenza’, che invece indica una ricchezza», spiega la Ducato. Le eccedenze delle aziende che fanno parte del polo invece di essere buttate via si trasformano in materia prima per altre aziende: gli scarti della lavorazione casearia vengono impiegati per la realizzazione di pitture, quelli della lavorazione del miele per farne collanti; le eccedenze di paglia dalla filiera dell’agricoltura finiscono nei prodotti per l’architettura, mentre i panifici utilizzano forni a crudo realizzati con materie naturali da un’azienda locale. -Dnews-