Clima: è scontro tra Italia e Ue

Bruxelles gela le speranze del governo italiano, intenzionato a chiedere un rinvio delle norme antinquinamento previste dal pacchetto Ue sul clima. Davos Dimas, commissario europeo all’Ambiente, ha spiegato che tutti i leader hanno ribadito la loro determinazione per arrivare ad un accordo entro l’anno. E ha assicurato di non essere a conoscenza della famosa “clausola di revisione” degli accordi che Stefania Prestigiacomo vorrebbe presentare. Poco dopo il ministro dell’Ambiente ha ribadito che l’Italia lavora per arrivare a un’intesa condivisa, ma se non ci saranno cambiamenti importanti del pacchetto clima non ci potrà essere un accordo a dicembre.
A fine riunione la notizia: Dimas ha accettato la proposta di stabilire un “tavolo tecnico” per verificare con il nostro paese le stime dei costi e dei benefici. I toni sono bassi, ma in realtà siamo al muro contro muro. Sui tempi e sulle cifre. L’Ue punta ad intensificare i lavori per giungere all’intesa in vista della Conferenza di Poznan, che tra il primo e il 12 dicembre riunirà 190 paesi all’insegna del clima. Per il governo italiano invece, senza radicali modifiche nell’accordo, sarà impossibile rispetre questa scadenza.
Questo perchè – come ha spiegato il ministro Prestigiacomo – i tagli alle emissioni di CO2 comporterebbero costi eccessivi per il nostro sistema industriale, penalizzanti oltretutto rispetto a quelli di altri Paesi. L’Italia stima un costo per l’economia di 25 miliardi di euro l’anno, pari all’1,4% del Pil, mentre Bruxelles parla di 9-12 miliardi, non più dello 0,66%. E a questo punto il problema si snoda lungo due binari paralleli. Il nostro esecutivo vuole convincere l’Ue a rivedere la ripartizione dello sforzo di riduzione delle emissioni fra i vari Stati membri, che prevede obiettivi nazionali differenziati. Ma in ambito europeo, dalla Commissione alla stessa presidenza francese, nessuno sembra intenzionato ad assumersi tale onere, che rischia inoltre di portare ad una vera e propria paralisi.
C’è poi la questione del “blocco dell’Est” (Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Rep. Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania) che insieme all’Italia chiede una profonda revisione del piano. Ma è molto difficile ipotizzare un’alleanza che potrebbe ritorcersi contro di noi. Il motivo è semplice: il “blocco dell’Est” chiede di calcolare le riduzioni di CO2 a partire dal 1990 e non dal 2005. Se questa richiesta venisse accolta, verrebbe subito alla luce che lo sforzo richiesto all’Italia è in realtà minore di quello che dovranno sopportare Gran Bretagna e Germania. Tre anni fa infatti, quasi tutti gli Stati europei avevano ridotto le emissioni rispetto al 1990, mentre il nostro paese le aveva aumentate.