Marillion tra note pop e world

Sono passati 23 anni dall’entrata di Steve Hogart al posto del dimissionario Fish dietro al microfono dei Marillion, una delle poche band che ha mantenuto un’integrità artistica invidiabile e ha sempre cercato di allargare i propri orizzonti sonori. Ora arriva questo “Sounds That Can’t Be Made” a mischiare con classe un pop raffinato, figlio di Coldplay e Radiohead, con una vena intimista e malinconica tipica dei gruppi inglesi. Poche band avrebbero il coraggio di iniziare un disco, con un pezzo come “Gaza”, lungo 17 minuti, dove in un crescendo di pop arabeggiante e world music, i Marillion mostrano tutta la loro abilità nell’arrangiare brani complicati, ma mai prolissi. In fondo non possiamo stupirci, questa è la stessa band che dieci anni fa chiese ai propri fan delle donazioni per finanziare un loro disco, in modo da rimanere indipendenti artisticamente. Il livello compositivo di tutto il disco è eccellente e se sulla copertina ci fosse scritto “Coldplay” sarebbe già disco di platino in molti paesi, ma essendo i Marillion una band di nicchia rimarrà un segreto per pochi. Se questi, come dice il titolo, sono suoni che non possono essere riprodotti, ancor più difficile è spiegarli. -ilSalvagente-