Una siccità che ci costerà molto cara

Appena si profila settembre nei titoli dei giornali compare la parola stangata.Ecco infatti che arriva puntuale, immancabile, la lievitazione dei prezzi. Le ragioni non sono sempre chiare e inconfutabili. Stavolta invece, a differenza dei settembre passati, un colpevole c’è e si chiama siccità. La lunga estate torrida ha semidistrutto le coltivazioni. Le verdure bruciate. I vigneti rinsecchiti. Le olive non riescono a maturare, piccolissime dopo un po’ cadono e dunque sono inservibili per la spremitura di fine ottobre-primi di novembre. E le spighe di grano fanno pena, inaridite come sono. Manca l’acqua, dovunque. È credibile perciò che pagheremo a caro prezzo il poco che sarà raccolto. Aumenterà il pane, ovviamente, l’olio costerà il doppio e già adesso molti bussano ai consorzi e ai mulini per comprare quello dell’anno scorso. Persino la classica salsa per gli spaghetti potrebbe diventare un problema: i filari di pomodoro sono privi di frutto e se qualche macchia rossa compare qua e là basta avvicinarsi per capire che è roba immangiabile, verde, gialla, raggrinzita. I contadini vedono già compromesso il loro reddito e se qualcosa cavano fuori dalla terra non riescono a venderla cara perché i supermercati – che già subiscono il calo vertiginoso dei consumi – non vogliono ritoccare i prezzi di certi alimentari temendo di perdere una ulteriore fetta di clientela. Ma c’è purtroppo anche un’altra ragione: la qualità dei raccolti sopravvissuti alla siccità risulta piuttosto scadente e dunque i prodotti sono poco commerciabili. Un vero disastro. Dalla memoria dei più vecchi riemerge il ricordo della grande siccità che nell’agosto del 1945 colpì la campagna dal nord al sud della Penisola, provocando nel Meridione la fine della coltivazione della canapa. Quali colture rischiano adesso di scomparire? È la domanda che mi pone angosciato Goffredo, un agricoltore umbro di 70 anni. Ma il mio amico non attende risposta. -Antonio Lubrano-ilsalvagente-