La verità dei giudici: «Busco uccise Simonetta»

«Fu Raniero Busco a uccidere Simonetta Cesaroni». I giudici della terza corte d’Assise di Roma hanno condannato a 24 anni di reclusione l’ex fidanzato della ragazza ammazzata con 29 coltellate il 7 agosto 1990 negli uffici dell’Associazione alberghi della gioventù di via Carlo Poma. All’imputato è stata riconosciuta l’aggravante della crudeltà compensata però dalle attenuanti generiche. Busco non si aspettava questo verdetto. Durante la lettura del dispositivo nell’aula bunker di Rebibbia, l’uomo accusato dell’omicidio, che era seduto accanto alla moglie, ha avuto un malore: è stato accompagnato nel corridoio dal fratello e dalla madre. Alcuni amici e parenti hanno urlato «no!» quando il giudice ha pronunciato la parola «condanna ». «Mi chiedo perché devo essere la vittima – ha detto Busco ai cronisti – trovo tutto questo profondamente ingiusto. Dire che sono deluso è poco, davvero non me l’aspettavo». L’accusa aveva chiesto per lui l’ergastolo, ma in sostanza la corte ha ritenuto valido l’impianto formulato dai pm. In particolare, l’imputato è stato inchiodato da tre elementi. Il primo è rappresentato dalle tracce di Dna trovate sul corpetto e sul reggiseno che Simonetta indossava al momento dell’omicidio. Un Dna parzialmente compatibile con quello di Busco sarebbe anche quello ritrovato sulla porta della stanza dove venne rinvenuto il cadavere. Infine, il terzo elemento: la traccia di un morso sul seno sinistro della Cesaroni, corrispondente all’arcata dentale di Busco. All’ex fidanzato della vittima è stato sospeso l’esercizio della potestà genitoriale. Dovrà anche risarcire le parti civili: centomila euro alla sorella di Simonetta e cinquantamila alla madre, più le spese processuali. Rabbioso il commento di Paolo Busco, fratello di Raniero: «È uno schifo, questa non è giustizia». Il legale dell’imputato, l’avvocato Paolo Loria, pensa già all’appello: «Forse questa condanna accontenta qualcuno, ma non il concetto di giustizia. È una sentenza pesante che non ci aspettavamo. Una vicenda come questa avrebbe meritato una camera di consiglio più lunga di tre ore. Faremo appello».