Yara, si apre la caccia al branco

«Sulla scomparsa di Yara, c’è qualcuno in paese che ha la coscienza sporca. Qualcuno che sa, che ha notato magari un cambiamento di atteggiamento da parte di una persona cara e non parla». E’ questo il pensiero, quasi un tarlo, degli investigatori che stanno indagando su Yara. Polizia e carabinieri, che hanno ricevuto l’ausilio dei militari del Rac, specializzati nel ritrovamento di persone scomparse, e degli agenti dello Sco, sono convinti che chi ha fatto sparire la 13enne la conoscesse. Più testimoni, ora, dopo 13 giorni, anche alle telecamere, parlano di due uomini che litigavano nei pressi della casa di Yara, ma si intuisce che questa pista non convince in particolare gli investigatori della Questura, il capo, Vito Ricciardi, e il dirigente della Mobile, Gianpaolo Bonafini, entrambi con alle spalle anni a Milano. Chi può aver convinto Yara a seguirlo? Chi se non un coetaneo, magari più grande, già con la patente. Insomma, l’occhio è puntato sui giovani di Brembate di Sopra e dei paesi vicini, amici di famiglia o conosciuti in piazza. E qui corre il pensiero ai loro genitori che forse hanno notato un cambio di umore, qualche stranezza e tacciono. Per questo sono state sondate le conoscenze della famiglia Gambirasio. Forse rientrano in quest’ambito le ricerche effettuate ieri in un’azienda accanto alla falegnameria in cui lavora il padre della ragazza. Sono stati trovati un giubbotto, uno scooter, una tenda e un cellulare. Nulla, però, di Yara. E sempre ieri il comandante dei carabinieri, Roberto Tortorella, e il questore Vito Ricciardi sono stati a casa Gambirasio per una visita «doverosa». Quanto quella fatta da un gruppo di immigrati. Il presunto colpevole innocente, Mohamed Fikri, ha scelto, invece, il silenzio: «Chiederò i danni». Intanto, il paese accusa: «Ricerche partite in ritardo», ma il sindaco smentisce furioso.