Cyberguerra per Wikileaks

E’ guerra. Niente missili, niente sangue per fortuna, ma centinaia di attacchi hacker a chiunque si schieri contro Julian Assange e Wikileaks. Una lotta che in questi giorni sta assumendo dimensioni colossali, e che va oltre il portale delle rivelazioni e il suo fondatore. E’ una battaglia per il web libero che sta portando in campo migliaia, centinaia di migliaia di esperti del web contro multinazionali, istituzioni e aziende che contrastano la diffusione delle informazioni libere. La trasparenza contro l’oligarchia. Nazioni, servizi segreti, apparati di sicurezza da una parte, smanettoni del web, spesso giovanissimi, dall’altra. E mentre Inghilterra, Svezia e Stati Uniti si contendono Julian Assange tra estradizioni e cavilli giudiziari sulla base di un’accusa di stupro che si basa tutta sull’uso o meno dei preservativi, sul web è in corso il D-Day dell’era moderna. Colossi economici come Amazon, Mastercard, Visa, PayPal e PostFinance sono stati dichiarati dagli hacker obiettivi legittimi perché hanno ostacolato Wikileaks e il web libero. I portali sono stati assaltati con boom di accessi fasulli e spesso buttati giù, oscurati, messi off line. Con danni rilevanti. Anche il sito dell’ex governatrice dell’Alaska Sarah Palin e le sue informazioni di carta di credito sono stati messi sotto attacco da hacker legati all’Operazione Payback. Nel mirino anche il sito dell’Interpol e perfino la piccola pagina web dell’avvocato delle due donne che accusano Assange, una delle quali, la svedese-cubana Anna Ardin – dice il quotidiano dell’Havana Granma – sarebbe una collaboratrice della Cia. Un putiferio globale, insomma, che quasi mette in secondo piano gli scoop che continuano a essere pubblicati. I più clamorosi della giornata riguardano l’elite dei prìncipi dell’Arabia Saudita che in barba alla legge religiosa organizzavano feste a base di alcol, cocaina e sesso; e la famiglia del presidente della Tunisia Ben Alì che l’ambasciatore Usa a Tunisi definisce «corrotta e quasi mafiosa».