A Pompei i muri si sbriciolano

Il più grande patrimonio dell’antichità si sbriciola. Ancora crolli a Pompei, la città tornata alla luce dall’antichità: stavolta sono venuti giù due muri (senza affreschi) che dividevano una bottega in via Stabiana. Eppure si tratta di case ed edifici di epoca romana che hanno resistito all’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. ma non alla pioggia e all’incuria di ministeri, commissari e Sovrintendenze del Terzo Millennio. «Ancora tre giorni di pioggia e crolla tutto», dice sconsolato Matteo, ex custode ed ora guida della Soprintendenza Archeologica. Ma la pioggia sembra solo l’invitato speciale ad un processo di polverizzazione strutturale che, secondo l’architetto Antonio Irlando (responsabile di Osservatorio Patrimonio Culturale), rischia di coinvolgere «quasi l’80% delle domus presenti negli Scavi». Irlando punta l’indice sui 6 milioni di euro spesi «per distruggere l’immagine e la consistenza del Teatro Grande dell’antica Pompei, che ora sembra un teatrino da villaggio vacanze». Perchè? «Per far svolgere spettacoli. È sotto gli occhi di tutti la costruzione “ex novo” di una gradinata, originariamente inesistente, realizzata in blocchetti di tufo di moderna fattura». Un altro archeologo, il presidente della categoria Tsao Cevoli, denuncia al quotidiano Terra che «si è anche verificata la caduta di parte degli affreschi della facciata dell’officina infectoria, la cosiddetta “tintoria con fornace”, a pochi passi dalla casa dei gladiatori». Fatto sta che la situazione è grave. Le polemiche imfiammano l’agone politico nazionale e traballa di nuovo la posizione del ministro Bondi. Anche perchè Pompei produce tanta ricchezza ma vede solo le briciole reimpiegate nelle operazioni di restauro. E ora restano i calcinacci.