Il figlio più piccolo di Pupi Avati: Eccovi l’Italia indecente di oggi

‘ «Non mi sono mai occupato di cinema di denuncia, ma questa volta sentivo il bisogno di insorgere nei confronti della volgarità dilagante dell’Italia di oggi». Pupi Avati non usa mezzi termini per presentare Il figlio più piccolo, uno dei suoi film più riusciti e ambiziosi in cui sfrutta il carisma di ChristianDe Sica per raccontare una storia ispirata dichiaratamente alla cronaca, dove un immobiliarista senza scrupoli, messo alle strette dalla legge, decide di intestare tutte le sue proprietà al figlio che aveva abbandonato insieme alla madre molti anni prima. Nel cast oltre all’esordiente Nicola Nocella, vi sono anche Laura Morante e un sulfureo Luca Zingaretti, vera anima nera della trama, di cui Avati stesso si dice sorpreso per la qualità della sua interpretazione: «Non pensavo fosse così bravo, perché Luca è stato capace di donare qualcosa di speciale a questo personaggio». Da dove nasce l’idea per Il figlio più piccolo? Da ll’urgenza di promuovere l’innocenza a dispetto del dilagante senso di sopraffazione che si vive in questo paese. È l’unico valore attraverso cui provare a resettare il nostro presente e ricominciare da capo. Non bisogna vergognarsi del proprio candore. Desidero frequentare solo persone creative che credono nei propri sogni. D’ora in poi, cinematograficamente, mi occuperò solo del presente, perché se in passato mi stimolava molto poco, oggi, è talmente preoccupante da dovere essere addirittura sorvegliato. Lei è già al lavoro sul nuovo film: da dove le deriva questa energia creativa? Non lo so e non voglio saperlo: desidero restare il più possibile un enigma per me stesso. La mia creatività sta nell’illusione di conoscere il mondo che mi circonda e, in talsenso, questo film è il frutto del confondersi della mia vita con le storie che racconto. Arriva un momento nella tua vita in cui il cinema ti travolge, portandoti via con sé. E io non aspettavo altro. Finché non finirà tutto, continuerò a usare l’immaginazione nell’illusione che ci sia sempre tempo per raccontare storie nuove.