Lampi di guerra fra le due Coree

La terra fumava ferita, oltre il mare, in lontananza. Pochi minuti prima colpi d’artiglieria ordinati da Pyongyang piovevano sull’isola di Yeonpyeong, nei pressi del confine che a ovest divide la Corea del Nord da quella del Sud. Due soldati sud-coreani morti, 16 feriti, di cui almeno 14 appartenenti alle forze armate di Seul. Settanta le case distrutte, sotto le colonne di fumo. E il mondo che cominciava a temere una nuova escalation militare a cavallo del 38° parallelo, dopo il conflitto conclusosi nel 1953 con l’armistizio di Panmunjom e due milioni di morti. Per gli Stati Uniti l’attacco equivale proprio a una violazione dell’armistizio. E il Pentagono precisa che Washington e Seul daranno «una risposta coordinata» all’azione di Pyongyang. Qualche giorno fa la scoperta dell’esistenza di un impianto per l’arricchimento dell’uranio, dove si teme i tecnici nordcoreani possano fabbricare armi nucleari. Ieri, a sorpresa, l’attacco. Erano circa le 7 del mattino in Italia, quando la Repubblica Democratica Popolare di Corea decideva di bombardare Yeonpyeong. Mentre il fuoco che avvolgeva le case bombardate sfuggiva a ogni controllo, si susseguivano le accuse. L’attacco di Pyongyang è stato «intenzionale e pianificato» ha detto il ministero degli Esteri di Seul. L’esercito nordcoreano affidava la replica ad uno stringato comunicato: «Abbiamo risposto a una provocazione dei fantocci della Corea del Sud». In serata faceva sentire la propria voce anche Barack Obama: il presidente degli Stati Uniti si è detto «indignato: la Corea del Nord ha una storia di azioni provocatorie e questo è un altro anello di questa catena». Per la tutta la giornata al Palazzo di Vetro si susseguivano «consultazioni con tutte le parti chiave per decidere come il Consiglio di Sicurezza debba reagire a questi sviluppi». Sul tema il presidente sudcoreano, Lee Myung-bak, ha le idee chiare: il governo di Seul non esclude un attacco multi-forze contro Pyongyang.