Diego, 50 anni giocati

L’anima di Masaniello, il genio di Michelangelo. Tutto fuso in un imbattibile cocktail di nome Diego Armando Maradona. Palla al piede, è stato il più grande: un fenomeno, forse superiore allo stesso Pelè. Decine i gol incredibili, migliaia i dribbling ubriacanti e le invenzioni da fuoriclasse. E si può attingere a piene mani anche nelle sue debolezze: la droga, le donnine facili, i figli illegittimi, i rapporti con la camorra, le infinite noie giudiziarie, certi atteggiamenti infastiditi e quasi da spaccone che però assumeva quando sentiva la responsabilità di rappresentare una città unica, impossibile, sbeffeggiata e al tempo stesso invidiata come Napoli. Perchè l’immagine del quasi cinquantenne Maradona si intreccia indissolubilmente con quella della città che lui ha redento calcisticamente, offrendo un settennato di ludica anestesia durante il quale ha reso obsoleti anche i più audaci metri di giudizio. «Rispetto a tutti gli altri campioni dello sport, Maradona ha una caratteristica: è immortale – dice senza mezzi termini Pierpaolo Paoletti, giornalista e team manager del Napoli che contava sui servigi di Diego – aggiungo che il cinquantesimo compleanno del Pibe de oro deve servire soprattutto ai giovani per farli riappropriare della speranza che si può ottenere ciò per cui ci si batte. Anche a Napoli». Gli fa eco Claudio Botti, avvocato e fautore del cenacolo «Te Diegum» che ha celebrato con napoletana ammirazione le gesta del funambolo dei campi di gioco: «Non possiamo che essergli grati perchè Diego ci ha ricordato che il nostro modo di essere non è necessariamente perdente». Nessuno, ma proprio nessuno, conosce ad esempio il vero sogno non ancora realizzato da Maradona: giocare una partita in uno stadio dove sugli spalti ci sono soltanto bambini. «È una promessa che ci siamo fatti durante i Mondiali vinti in Messico – svela ancora Paoletti -. Composi, per vezzo, una canzone dal titolo “Angelo blu” che parlava proprio dei sogni dei bambini dietro ad un pallone. Diego la sentiva ogni giorno, diventò una specie di portafortuna. E promise: “Prima di morire voglio giocare una partita solo davanti ai bambini: sono gli unici uomini del mondo che non hanno peccato”». Juan Carlos Laburu, che Maradona ingaggiò come cameraman personale, insieme a Gino Martucci ha videoripreso tutta la vita dell’asso argentino: e oggi alcuni filmati inediti sono in una raccolta appena uscita e scaricabile sull’iPhone dal titolo emblematico: iLoveDiego. «Quando vinse la Coppa del Mondo, ci andò a letto: il trofeo era lì, sull’altro cuscino», scherza Laburu che faceva anche il pizzaiolo per Maradona. «Divorava la pizza con cipolle e formaggio fuso». Inedito anche il primo flirt italiano: Diego s’invaghì di Heather Parisi mentre trasmettevano «Fantastico» sulla Rai. Per incontrarla guidò da solo (non lo faceva mai) la Ferrari fino a Roma. «Esiste un Maradona femmina? Si, Ornella Muti», diceva agli amici. Belle storie, altri tempi. Di un superscaramantico Maradona, che il giorno della partita non stava mai con i compagni. Nessuno doveva svegliarlo prima di mezzogiorno e prendeva soltanto dalle mani del massaggiatore Carmando una spremuta di arance con molto zucchero. Così arrivava affamato al fischio d’inizio del match: «La fame serve per vincere». leggo-