«Le auto di Google ci spiano»

L’ipotesi di reato è interferenza illecita nella vita privata. Perché le auto con la torretta metallica sulla cappotta che percorrono in lungo e in largo le nostre città non solo scattano fotografie delle nostre case, della strada dove abitiamo, dei luoghi che frequentiamo, ma sono in realtà grossi aspiratori di dati dalle reti wireless. Dati nostri, ovviamente: siti web che visitiamo, email che scriviamo, password. Ora la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta.
La bufera in Italia è scoppiata ora, ma l’allarme esiste da aprile. Ed è un problema di dimensioni planetarie: 50 mila denunce solo in Germania, inchieste e class action aperte negli Stati Uniti (dove ieri la Federal Trade Commission ha comunicato la chiusura delle indagini senza alcuna sanzione per Google), in Australia, Nuova Zelanda, Francia, Inghilterra. Ultima in ordine di tempo è arrivata la denuncia del garante della privacy del Canada.
Il gigante di Mountain View si scusa, dice che è stato uno sbaglio, ma poi continua ad intercettare dati. Senza spiegare se e come li utilizza. Il primo mea culpa era arrivato a maggio, quando aveva giurato che non lo avrebbe fatto più. Invece il 25 ottobre, in un post apparso sul suo blog ufficiale, l’azienda californiana scriveva: «Siamo profondamente consapevoli di aver toppato di brutto». Per cosa? Per aver succhiato non solo dati frammentati – come aveva già ammesso in diverse occasioni – ma anche interi indirizzi mail, url e password. Ora Google, difesa dagli avvocati Giulia Bongiorno e Giuliano Pisapia, si dice pronta a collaborare.
Presto in Italia, intanto, le connessioni wi-fi potrebbero essere libere. L’annuncio è del ministro Maroni: «La prossima settimana arriverà in Cdm una proposta che supera la norma Pisanu». Che, a fini antiterrorismo, prevede limitazioni ai servizi wireless pubblici. leggo-