Obama: «Porte aperte all’Iran»

La parola “dialogo” è risuonata più volte in aula, ma il dialogo non c’è stato. Barack Obama ha parlato di «una mano tesa all’Iran», il presidente Ahmadinejad «si è rifutato» di essere presente in sala nel momento in cui parlava il capo della Casa Bianca. Un dialogo tra sordi, quello andato in scena ieri davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Per l’Iran «la porta rimane aperta alla diplomazia se Teheran sceglierà di attraversarla», l’invito del presidente Usa. Da parte sua, nelle interviste rilasciate alla stampa in questi giorni, Ahmadinejad dice di essere lui ad aver chiesto il dialogo per primo, ma di non avere ottenuto risposte. Secondo round: il presidente iraniano ha detto che le relazioni Usa-Iran «possono essere normalizzate se vi è rispetto tra le parti». Gli Usa pongono però una serie di condizioni. La principale: l’Iran «deve dimostrare un impegno credibile» sul nucleare. Poi Ahmadinejad sgancia le bombe: tra i responsabili degli attacchi dell’11/9 ci sono anche «alcun segmenti» dell’amministrazione Bush. E la delegazione Usa ha abbandonato l’aula del Palazzo di Vetro. Altro capitolo la sessione dedicata al Medio Oriente. Se Ahmadinejad mercoledì aveva definito il premier israeliano Netanyahu un «abilissimo assassino», Obama ha detto che «Israele è uno stato sovrano» e che alcuni sostenitori della causa palestinese devono «smettere di cercare di voler distruggerlo». Gli obiettivi: ottenere la pace entro un anno e arrivare alla nomina di un nuovo membro dell’Onu: la Palestina. Fonti qualificate in Israele hanno definito «equilibrato» il discorso di Obama, ma i comportamenti dicono molto più delle parole. Va interpretata, infatti, l’assenza dei delegati di Israele in aula. Subito si è pensato ad una protesta legata all’apertura dell’inchiesta Onu contro Israele sul blitz alla Flotilla diretta a Gaza. Per altri l’assenza è legata alla festa ebraica di Sukkot.