Bossi a Gianfranco: «Può tornare da noi ma in ginocchio»

Bossi a Gianfranco Fini: «Può tornare da noi ma in ginocchio». Non mancherà una nuova sfida – lo spostamento dei ministeri da Roma al Nord – e la gioia per un obiettivo conquistato, almeno a parole: il federalismo. Però la Venezia di oggi sarà soprattutto nel segno di Silvio Berlusconi. Quello che, per dirla con il Senatur, «mantiene sempre la parola» e quindi s’è guadagnato la fedeltà del Carroccio. Si dice che il premier non l’abbia presa bene, la recente spacconata di Bossi sul «voteremo la sfiducia pur di andare al voto». La veemente protesta del Cavaliere – avrebbe detto: ma siete matti? così mi indebolite! – ha fatto scattare la retromarcia del leader leghista, che nel giro di poche ore ha invocato le urne, criticato Fini, spernacchiato l’Udc e poi proposto di andare avanti comunque, con la scusa che il premier è affidabile e che tanto «ci sono i numeri» e quindi niente elezioni. Insomma, oggi Bossi difficilmente cambierà ancora linea, anche se ieri sera, a Ferrara, ha ammesso: le Politiche anticipate «non le vogliono né Napolitano né Berlusconi». In laguna il leader padano cementerà l’asse col Cavaliere, elogiandolo perché rende possibili le riforme. Il loro è un asse rinforzato dopo il recente vertice di Arcore, quando Silvio ha preteso garanzie sull’inesistenza di un piano per scalzarlo da Palazzo Chigi e sostituirlo con Giulio Tremonti: Umberto, tra una forchettata di pasta al sugo e una fetta di roast beef, ha giurato che mai e poi mai potrebbe fare una cosa del genere, e lo stesso – ha garantito – pensa il ministro dell’Econo – mia che col Carroccio va d’amo – re e d’accordo. Quindi, il copione di Venezia è praticamente scritto. Restano da decifrare i movimenti dietro le quinte. Dove la Lega non ha ancora accantonato l’idea-urne. Bossi preferirebbe andarci subito, in modo da fare il pieno e soffiare parecchi seggi proprio al PdL. Dovendo rimandare il progetto-elezioni a data da destinarsi, non è da escludere l’ipotesi di un voto amarzo. Roberto Calderoli, ieri intervistato da Enrico Mentana nel tg de La7, ha frenato annunciando che, se ci saranno i numeri, la Lega sarà felice di restare così fino alla scadenza naturale della legislatura. Settimana prossima, però, il premier e Bossi andranno da Napolitano, ma solo «per una situazione di effettiva difficoltà di funzionamento della Camera», rivela Calderoli. La palla, quindi, resta nel campo di Berlusconi. Bossi si fida di lui e il Cavaliere sta cercando di imbarcare più parlamentari possibili per tamponare l’emorragia dei ribelli. Però con Casini non riesce a chiudere alcun accordo. Perché Bossi è disposto a digerire tutto, ma i centristi proprio no. A meno che, in cambio, non riesca a strappare contropartite importanti. Anche ieri il Senatur ha sbarrato la porta a Pier Ferdinando: «Meglio Fini di Casini. Spero che Fini torni in ginocchio da Berlusconi». E a chi gli ricorda che Gianfranco nega l’esistenza della Padania, Umberto risponde col consueto dito medio. (libero)