Il Barney del cinema supera quello del libro

In questa versione, i Barney Panofsky sono due. Uno, il protagonista, è lo straordinario Paul Giamatti. Rappresenta la parte più dolce del personaggio creato da Mordecai Richler.È unuomo buono, tutto sommato romantico, che commette tanti errori, sbaglia due matrimoni (il primo a Roma, in giovane età, con una hippy che gli mette le corna; il secondo con una di buona famiglia, inquadratissima e rompipalle). Poi si innamora della donna perfetta per lui (Miriam), costruisce una famiglia e manda tutto in vacca. L’altro Barney ha i tratti piacevolmente segnati dalla maturità di Dustin Hoffman, che sullo schermo interpreta il padre ex poliziotto del protagonista, ma allo stesso tempo supplisce ad alcune sue mancanze. Qui il regista Richard J. Lewis se ne serve in modo geniale; quando Giamatti risulta troppo sentimentale, c’è lui a fargli da contraltare: si riempie di alcol, si comporta male a tavola, frequenta bordelli e fa morire dal ridere. Assieme, sono il Barney del libro fatto e finito. La domanda – banalotta ma importante – che tutti si facevano alla vigilia era: questo film sarà fedele al bestseller di uno dei maggiori scrittori ebrei di sempre? La scelta del regista è coraggiosa e vincente. Non cerca di riprodurre alla meno peggio la totalità del romanzo, ma si preoccupa soprattutto di narrare una storia. Quella di Barney Panofsky, appunto, ebreo di Montreal, produttore televisivo di successo grazie a una serie tv imbecille su una Giubba Rossa, due ex mogli (la prima morta suicida dopo aver perso un figlio) e una terza lei pure ex, ma che Barney non si rassegna ad aver perso. Il rapporto tra Miriam e Barney è il cuore del film, il quale però non dimentica l’altra componente fondamentale della trama: Panofsky è accusato di aver ucciso il suo migliore amico, Boogie, dopo averlo trovato a letto con la sua seconda moglie. Viene scagionato perché il corpo non si trova, mal’ombra del sospetto rimane. Siamo nel libro, ma anche da un’altra parte. E infatti al termine della proiezione, la platea della 67esima Mostra del Cinema di Venezia si scioglie in un lunghissimo applauso. Fino a pochi minuti prima dei titoli di coda ha riso, si è emozionata, ha perfino rischiato le lacrime. Giamatti è fantastico, se non gli danno la Coppa Volpi per l’interpretazione è un insulto. Hoffman dà il meglio di sé e regala attimi di comicità intensa (vederlo raccontare storie sconce, ubriaco, alla moglie del rabbino durante il matrimonio del figlio è imperdibile). La bellissima Rosamund Pike presta il suo volto a Miriam. La vediamo giovane e candida, poi matura e decisa, oppure piegata da un matrimonio difficile: è sempre credibile. Il personaggio di Richler è divenuto famoso anche in virtù del suo essere politicamente scorretto: odia le femministe, barrisce contro gli intellettuali engagé, si lagna delle pretese linguistiche dei francofoni del Quebec. Sullo schermo, questo aspetto passa leggermente in secondo piano. E qui sta la scelta. Il libro era scritto in prima persona, con la voce narrante di un Barney vecchio e rancoroso. Il film ci mostra subito il Panofsky anziano e mollato dalla amatissima consorte, già colpito dai primi sintomi della malattia che lo metterà in ginocchio. Ma poi procede in linea retta, mostrando le varie fasi della vita del personaggio e privilegiando, rispetto alle battutacce sulle lesbiche, la profondità dei sentimenti. Quello di Lewis è finora il film più bello visto a Venezia. Pochi intellettualismi, tanta passione, grande divertimento. Nelle sale potrebbe essere un trionfo. Al Lido, per noi, ha fatto la versione del Leone. Possibilmente d’oro. (libero)