Si cerca la dispersa nel fango di Atrani

«Se si poteva evitare quanto accaduto? Non credo», ha detto ieri Nicola Carrano, primo cittadino di Atrani. Sebbene nella stessa zona, un anno fa, vi fosse stato un episodio analogo. Anche se senza vittime. E nel 1986 una frana avesse provocato la morte di un ragazzo. Giovedì sera ad Atrani, nella Costiera Amalfitana, il fiume Dragone esonda per un temporale. Le acque allagano le strade e riempiono la piazzetta, dove si affaccia il bar “Le Risacche”, invaso dal fango. Francesca Mansi, la cameriera di 25 anni assunta lo scorso luglio, scompare: è ancora dispersa. Proprio la mattina prima della sciagura una squadra – due consiglieri comunali, il comandante della polizia municipale, un ingegnere e un geologo – aveva effettuato un sopralluogo del fiume. E un mese prima un nucleo di sommozzatori aveva controllato l’alveo del Dragone dichiarandolo libero da ostruzioni. Il disastro, però, è arrivato. «Il problema è che manca una “cultura”delle amministrazioni locali – spiega Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente – che dovrebbero limitare lo sfruttamento del terreno. Ad Atrani la sciagura può essere stata causata dalla costruzione di una strada proprio sopra il letto fluviale». Secondo Legambiente, il 70 percento dei comuni italiani è a rischio. Maglia nera a Calabria, Basilicata, Molise, Umbria e Valle d’Aosta. In Campania,sono 474 i centri in pericolo, l’86% del totale. In Calabria, lo scorso inverno, sono state quasi 200 le frane, mentre in Sicilia sono 138 le aree a rischio R4 (il più grave). Un Meridione che si sgretola. Le ragioni? Il degrado ambientale e l’abusivismo feroce, spesso legalizzato: a Roma, nel decennio tra i primi anni Novanta e il 2003, sono state presentate 85mila domande di condono. E a Reggio Calabria la nuova Casa dello Studente è stata progettata sul greto del fiume Annunziata. Per Legambiente l’88% dei comuni ha nel piano urbanistico vincoli per il rischio idrogeologico. Ma il 77% ammette di averli violati. Che l’incuria delle amministrazioni sia profonda lo dimostra anche il caso messinese. Un anno fa, la tragedia di Scaletta Zanclea, con 37 vittime e oltre 500 sfollati. A pochi giorni dall’anniversario, si scopre che la giunta non ha ancora approvato il piano per le emergenze della Protezione Civile. Nei giorni scorsi è stata presentata un’interpellanza al sindaco. Che all’indomani della tragedia, con un dirigente dell’Ufficio tecnico comunale, fu indagato per omissione di atti d’ufficio. Proprio perchè, prima dell’alluvione, aveva consegnato in ritardo il piano per le emergenze del 2008-2009. (libero)