Via la figlia perché la madre è povera

È finita peggio di com’era cominciata la storia della neonata di Trento, strappata dai giudici a una madre troppo povera e incapace di garantirle una vita e futuro decenti. Due mesi dopo il furto, la sentenza chiude il caso con un finale ancora più orribile: quella bimba è adottabile. Un invito agli aspiranti genitori e alle mamme d’Italia sterili ma desiderosi di figli a farsi sotto e a presentare regolare domanda. D’accordo, lo stile è brutale, ma è il solo adatto a definire quello che hanno combinato i giudici del Tribunale dei minori: prima il ratto della bambina dalla culla, poi la sua “messa in vendita” sul mercato delle adozioni. Riassumiamo i fatti. Le avevano sottratto la neonata subito dopo il parto, avvenuto due mesi fa a Trento. E da allora la mamma non ha più potuto vederla né avere sue notizie. Forse perché per i giudici trentini, l’amore materno ha un prezzo e di sicuro, pare, superi i 500 euro al mese, cioè il reddito della poveretta. Non serve che la giovane non sia tossicodipendente, non abbia malattie contagiose o pericolose per la sua creatura. È solo povera. Lei ha parlato, ha spiegato, ha chiesto, ha promesso, di amare e di cercare aiuto per mantenere al meglio la sua creatura, avrebbe accettato anche un affido condiviso. Niente da fare. Il tribunale ha invece dato avvio alla procedura di adottabilità e ieri ha stabilito che l’adozione si può fare subito, in anticipo sui termini stabiliti dalla legge. Dunque, sembrano suggerire quei giudici, la sciagurata se l’è andata a cercare: quando si era rivolta ai medici, questi l’avevano caldamente consigliata di abortire, di disfarsi del bimbo che aveva in pancia. Insomma, chi è povero ma non accetta di ammazzare il figlio in grembo, non si lagni se poi succede quel che succede. Devono averla pensata così anche le assistenti sociali che hanno stilato l’incipit del romanzo criminale trentino. E neppure si sono fatte sfiorare dal dubbio se dichiarare una madre incapace e sottrarle il figlio assomigliasse molto da vicino all’esecuzione di una condanna di morte. E poi c’è la disinvoltura di un Tribunale che sputa una sentenza da brividi mentre fa della gravidanza un privilegio, un diritto variabile, concesso solo a chi ha un Cud sopra il livello di povertà. Gli altri non si azzardino e per chi sbaglia c’è sempre l’aborto. Per questi signori, la povera mamma trentina è colpevole di «immaturità, povertà materiale ed emotiva» aggravate «dall’avvio della gravidanza come elemento di fragilità, colpa e incoscienza». Quel che è peggio (ammesso che via sia ancora un peggio nella vicenda) è che la sentenza se ne infischia della stessa legge. Che definisce lo stato di adottabilità di un minore come “l’ultima spiaggia”, quando cioè tutte le carte del mazzo sono ormai bruciate. Non era così, a Trento la soluzione c’era: l’affidamento. A finire bruciate, invece, sono state la pietà e la compassione umana, assassinate da un insensato e assurdo rigore burocratico. E ora, chi potrà mai risarcire la bimba per la crudeltà consumata nei primi istanti della sua venuta al mondo? Chi calcolerà i danni e le sofferenze che dovrà sopportare per quel furto sacrilego: le è stato impedito perfino il primo rapporto fisico con il corpo della madre e se già il parto è un trauma, la separazione successiva è un’esperienza ancora più devastante. (libero)