Marea nera, petrolieri contro gli ecologisti

Dopo lo scoppio dell’ennesima piattaforma nel golfo del Messico torna a infuriare la polemica sulla sicurezza di questi impianti, già sott’accusa dopo la tragedia della Bp. L’incidente di martedì non ha provocato vittime e non c’è stata alcuna perdita di greggio in mare. Niente in confronto a quanto accadde il 20 aprile, quando sulla Deepwater Horizon morirono 11 operai e si produsse il peggior disastro ambientale della storia americana. Tuttavia, due scoppi nella stessa zona, a pochi mesi di distanza, hanno fatto scattare l’allarme. E puntuale torna lo scontro tra i petrolieri e gli ambientalisti. In mezzo, la politica che cerca con difficoltà di mediare tra le proteste di chi chiede un nuovo modello di sviluppo, non più basato sullo sfruttamento intensivo del petrolio, e chi invece ricorda che nuovi limiti alla trivellazione comportano una crisi della produzione con ricaschi sull’economia e sull’occupazione. Ieri, comunque, poche ore dopo lo spegnimento delle fiamme sulla Vermilion 308, il presidente della Commissione Energia della Camera, il democratico californiano Henry Waxman ha chiesto al capo della Mariner Energy, l’azienda proprietaria della base esplosa, di andare al Congresso il prossimo 10 settembre per chiarire cosa non abbia funzionato. «L’incidente di ieri – si legge nella lettera di convocazione – mostra che molto c’è ancora da fare per mettere al sicuro i lavoratori e le acque americane da rischi di questo tipo ». Malgrado gli incidenti, i petrolieri continuano la loro protesta contro la linea dura condotta dall’ amministrazione Obama e dal Congresso per limitare le trivellazioni offshore, da anni al centro dello scontro politico. L’American Petroleum Institute, l’associazione di categoria, ha organizzato per la prossima settimana manifestazioni in tutto il Paese per protestare contro la moratoria proposta da Obama, poi stoppata da un giudice, e contro la nuova legge in discussione al Congresso che rafforza i controlli e limita le concessioni. In prima linea contro questo provvedimento c’è la Bp. Il New York Times racconta in prima pagina il duro pressing dell’azienda petrolifera londinese sul Capitol Hill perchè modifichi il testo. Se passa la nuova legge che ci impedisce di estrarre petrolio nel Golfo del Messico – avverte la Bp – non avremo più soldi per pagare i danni causati dalla marea nera. In particolare, la Bp chiede che venga stralciato dal provvedimento la norma proposta da un parlamentare democratico californiano, George Miller che nega l’autorizzazione a estrarre petrolio in mare a quelle aziende che abbiano provocato la morte di almeno 10 persone. L’emendamento ovviamente non poteva citare espressamente la Bp, ma il suo obbiettivo punitivo è chiaro, visto che la compagnia londinese è l’unica che risponde a questi requisiti. (ilpiccolo)