Medio Oriente, il gelo sul negoziato di pace

I sorrisi e le strette di mano di fronte alle telecamere a Washington non hanno rotto la coltre di pessimismo che avvolge il Medio Oriente. Di qua e di là della Linea Verde nessuno scommette sulla riuscita dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Nonostante siano già noti gli appuntamenti delle prossime due settimane. Un primo incontro tra i capi negoziatori prestissimo, lunedì prossimo a Gerico: "a casa" di Saeb Erekat che guida la delegazione palestinese, ospite l’avvocato Yitzhak Molcho, consigliere del premier israeliano. Il nuovo faccia a faccia tra Benjamin Netanyahu e il presidente Abu Mazen, invece, è previsto tra il 14 e il 15 settembre a Sharm el Sheykh, sotto la ”benedizione” di Hosni Mubarak. Ed è proprio la presenza a Washington di due patron arabi, il re giordano Abdallah II e l’anziano presidente egiziano Hosni Mubarak, ad aver suscitato le reazioni più dure in Medio Oriente. Soprattutto da parte di chi osteggia il modo in cui la Casa Bianca tenta di risolvere il conflitto israelo-palestinese. Tanto dure, le reazioni, da aver scatenato la prima frizione diplomatica nella regione, tra l’Iran e l’Egitto, contrariato per le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Teheran. Manouchehr Mottaki aveva detto che «alcuni leader che eseguono gli ordini dell’America devono capire che stanno tradendo le loro nazioni». E così il Cairo ha deciso di rinviare la visita del capo della diplomazia iraniana prevista lunedì. La critica durissima alla partenza dei negoziati israelo-palestinesi a Washington era attesa. Non ha dunque suscitato grandi sorprese la dichiarazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, per il quale i negoziati di pace «sono nati morti». Più articolato il leader di Hezbollah libanese. «La necessità politica delle elezioni in Usa è chiara, le necessità israeliane sono chiare, come sono chiari i bisogni di alcuni nel campo arabo. Questi negoziati sono nati morti perché la grande maggioranza del popolo palestinese è contro di essi», dice Hassan Nasrallah. Se la delegazione palestinese avrà filo da torcere per convincere la propria gente che qualche speranza c’è, non sembra stare meglio la delegazione israeliana. Le voci dissenzienti arrivano addirittura da alleati di Netanyahu. Uno per tutti, il ministro degli interni Eli Yishai, capo del potente partito religioso sefardita dello Shas. «I colloqui di pace non condurranno da nessuna parte», ha scritto, mentre da parte dell’altrettanto forte lobby dei coloni si ribadisce che si continuerà a costruire nelle colonie israeliane in Cisgiordania. È proprio il congelamento o meno delle costruzioni nelle colonie in Cisgiordania il vero nodo, che potrebbe subito decidere della vita o della repentina morte dei negoziati. Per il presidente palestinese Abu Mazen, il congelamento è la conditio sine qua non per sperare di avere sostegno tra la popolazione in Cisgiordania. Per Netanyahu premuto dai coloni, il congelamento non potrà continuare oltre il 26 settembre, scadenza della moratoria. (Caridi ilpiccolo)