In un film la voglia di spiritualità di Julia Roberts

Ha fatto molto parlare nei giorni scorsi la conversione all’induismo di Julia Roberts dopo le riprese del suo ultimo film ”Eat, pray, love”, girato in parte in India, dove la protagonista subisce il fascino mistico della religione. Ma adesso piovono critiche sul fatto che quello stesso film sia diventato un formidabile veicolo per vendere mercanzie di ogni genere. Uscito negli Usa nel weekend di Ferragosto, il film ha incassato finora oltre 33 milioni di dollari. Da noi uscirà il 29 ottobre con il titolo ”Mangia, prega, ama”. Racconta il lungo viaggio iniziatico di una donna divorziata che scopre il gusto del cibo in Italia, i piaceri dell’amore a Bali e le vette della spiritualità in India. Ma se da una parte la pellicola è un appello rivolto a tutte le donne a vivere con passione e consapevolezza la propria vita, dall’altra è anche un invito subliminale a procacciarsi tutti quei generi di conforto (sapori, odori, lussuosi accessori) che fanno felice Julia Roberts nel corso del suo viaggio. Il merchandise ispirato dai film, un tempo dominio dei bambini e dei teen agers, ha ora un nuovo bersaglio: quello delle donne adulte. Per la serie «mi merito qualcosa di bello» ecco dunque spuntare articoli come collanine di petali di loto, acquistabili per ”soli” 72 dollari, o t-shirt di cotone organico con scritto ”solo il vero amore dura nel tempo” (45 dollari) o il set di perline per pregare. Ma insieme a queste mercanzie sono arrivate le critiche. «La Sony ha fatto un’operazione astuta mettendo la promozione del film al riparo di un ombrello tematico» ha detto per esempio all’ Hollywood Reporter il responsabile marketing di una società rivale: «l’ astuzia sta nel riuscire a vendere oggetti di ogni tipo attraverso messaggi che il denaro non può comprare». Facendo leva sul potere di una star come Julia Roberts e sui temi cari a un pubblico femminile come la ricerca e il potenziamento della spiritualità, il film ha inoltre moltiplicato le sue possibilità commerciali grazie alla divisione delle merci in tre distinte sezioni che corrispondono ai tre idilliaci sfondi paesaggistici del film: l’Italia (mangiare), l’India (pregare) e Bali (amare). La catena di grandi magazzini Cost Plus World Market, per fare solo un esempio, ha creato nei suoi 263 punti vendita degli speciali stand divisi appunto in tre sezioni: in quella dedicata all’India sono in vendita tra l’altro le tuniche indossate durante le riprese in quel paese dalla Roberts, in quella italiana fanno bella mostra bottiglie di Pinot grigio con scritto ”Love” sull’etichetta, in quella balinese si possono trovare anche oggetti più ingombranti come giacigli identici a quelli su cui si è adagiata Julia sul set della magica isola indonesiana. Ma complessivamente la lista di ditte che sono salite sul carro di ”Eat, pray, love” è sterminata: nel nome del film e della ritrovata piena coscienza di sè si vende di tutto: dai viaggi esotici ai profumi, dalle candele al tè, alle borse. -fra.no. ilpiccolo-