Killer delle prostitute, morto dopo 15 giorni finita di agonia

Ramon Berloso, trentacinque anni, reo confesso per l’omicidio di due escort, è morto ieri mattina all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine. Erano da poco passate le 5.40 quando il suo cuore ha cessato di battere. Da 15 giorni ormai era ricoverato, senza più speranze, al reparto di Rianimazione del nosocomio dell’ospedale friulano. «La morte – spiega Fabio Pasquariello, comandante del nucleo investigativo di Udine – è stata causata da gravi complicanze cardiorespiratorie e neurologiche successive al tentativo di suicidio in carcere del 4 agosto scorso. Come hanno spiegato a più riprese i medici, la situazione era talmente compromessa che sarebbe potuta evolvere soltanto in due maniere: la morte (com’è stato) o lo stato vegetativo». Berloso era stato ricoverato in condizioni disperate dopo che nel carcere udinese di via Spalato, in cella di isolamento, aveva tentato il suicidio legandosi attorno al collo un lenzuolo appeso poi alle inferriate. Era stato trovato agonizzante e ormai privo di sensi dagli agenti penitenziari che avevano fatto scattare l’allarme. Erano intervenuti i sanitari che l’avevano condotto al reparto di Terapia intensiva nel nosocomio udinese dove era stato posto in coma farmacologico. Tre giorni dopo, era sopravvenuta la morte cerebrale: l’edema cerebrale, diagnosticato dall’esame della Tac, si era rivelato molto vasto e aveva provocato gravi (e, a questo punto, fatali) danni neurologici. La sua morte non permetterà di capire se Ileana Vecchiato, 28 anni originaria di Marcon e Diana Alexiu, escort romena di 24 anni, sono state le uniche vittime di Berloso. Il sospetto degli inquirenti, infatti, era che il trentacinquenne potesse avere già colpito in precedenza, anche se non erano state trovate prove in questo senso. «Domande che non avranno risposta », allarga le braccia Pasquariello. Interrogato, Berloso aveva cominciato a fare le prime ammissioni indicando la zona, sulle rive del fiume Torre, dove aveva sepolto i cadaveri delle ragazze con le quali si era incontrato dopo contatti via Internet. Aveva assicurato: «Sono soltanto loro due le vittime». Non ci sarebbero indagini in corso per accertare eventuali responsabilità nel suicidio: magari una disattenzione da parte degli agenti carcerari. «Non mi risulta ci sia in corso alcun procedimento », assicura il capitano Pasquariello. I medici: «non ci sono più le condizioni per l’espianto degli organi». Troppo gravi infatti i danni cerebrali. -ilpiccolo-