La linea dura di Fiat

Il contenzioso sui licenziamenti Fiat allo stabilimento di Melfi non si arresta, anzi riprende vigore. Fiat infatti farà ricorso contro il provvedimento del giudice del lavoro che aveva annullato il licenziamento dei tre operai accusati di aver bloccato la produzione. “Valuteremo le motivazioni di questa decisione – recita il comunicato del Lingotto – che non appare coerente con il quadro istruttorio già emerso (…) nella convinzione di aver offerto prove incontrovertibili del blocco volontario delle linee di montaggio verrà presentato ricorso in opposizione alla decisione nel più breve tempo possibile”. Il segretario nazionale della Fiom, Maurizio Landini, ha assicurato che il ricorso non potrà impedire il rientro in fabbrica dei lavoratori. Il sindacato si sente forte delle motivazioni della sentenza che ieri il giudice Emilio Minio ha reso note: non ci fu “nessun dolo” da parte degli operai chiamati in causa, scrive il magistrato, e il licenziamento acquista un carattere di antisindacalità dovuto alla “sproporzione disciplinare ” e considerando che i fatti alla base della espulsione “sono maturati nel corso di un’astensione dal lavoro per ragioni economiche-produttive e che il licenziamento ha interessato attivisti e militanti della Fiom, organizzazione notoriamente protagonista di una serrata critica sindacale al gruppo medesimo”. Il professor Giuseppe Berta, docente di Storia economica alla Bocconi e già direttore dell’archivio storico Fiat, dice che si aspettava il ricorso del Lingotto, “sia perché Fiat in genere fa ricorso, sia perché mi sembra un modo per spingere al cambiamento delle relazioni industriali del nostro paese”. Ma Berta ha anche qualche dubbio: “Quello che non quadra è che questo tipo di relazioni non si può modificare con la rapidità che Marchionne ha in mente”. E quindi tutto lascia pensare che l’obiettivo finale di queste prove di forza sia “un minor impegno produttivo in Italia”. “Volendo provocare – spiega Berta – si potrebbe dire che forse siamo all’epilogo della presenza dell’auto in Italia”. E’ d’accordo Carlo Scarpa, professore di Economia industriale all’Università di Brescia, “Il sospetto che Fiat voglia lasciar perdere l’Italia è legittimo a meno che Marchionne non voglia cambiare le relazioni industriali in tre mesi”. Un’analisi che non convince il responsabile Auto della Fiom, Enzo Masini: “Io non credo che la Fiat abbia questa mente così perversa da costruire tutta questa vicenda per avere la scusa di andarsene all’estero. Mi sembra troppo sofisticato”. Semplicemente, dice Masini, la Fiat è “un’azienda che pensa che siano gli Stati a doversi adattare all’impresa e non quest’ultima ai contratti e alle leggi”. -(Sa. Can. ilfatto)-