L’Aquila, ritrovano un tesoro e lo restituiscono

Non sarà il tesoro dei Templari, che narrano sia nascosto a L’Aquila, ma è il simbolo di una comunità a cui puoi togliere la casa ma non le radici. Gli operai di una ditta edile hanno consegnato ai carabinieri 150 mila euro in buoni postali, più monete metalliche e orologi preziosi, trovati sotto le macerie di un fabbricato. É la città delle carriole, d’altronde. La città che si dà una mano da sola. Gli operai sono della ditta “I Platani”, una delle maggiori sul territorio (ha costruito la strada del G8): si sta occupando del puntellamento di 150 edifici nella zona rossa. Soprattutto, è una ditta aquilana. I suoi 200 dipendenti sanno perfettamente cosa significa il terremoto. Molti di loro hanno perso per primi casa, affetti e valori. Le rovine degli altri sono le loro. É per questo che il 9 agosto, quando nell’ultimo piano di una casa soffocata dalle macerie trovano la busta da 150 mila euro e passa, non ci pensano un attimo: Massimo Colaiuda, il capocantiere di cui bisogna fare il nome, la consegna ai carabinier i. Non è scontato, in una città devastata dagli sciacalli e abbandonata dalle istituzioni, senza soldi, senza commercio, senza prospettive. L’etica, quando sei disperato, è un concetto sfumato. Rodolfo Giacco è il direttore dei lavori. I suoi ragazzi li conosce bene: “Non avevo dubbi che si sarebbero comportati così, li conosco troppo bene”. Anche lui ha perso la casa, era a un passo da quella dello studente, come dimenticare: ora ricostruisce quella degli altri. “Noi quella notte piangevamo, non ridevamo”. Il 7 aprile, the day after, Giacco e i suoi uomini sono già al lavoro: “Non ci potevamo permettere di piangere”. Business, certo, ma anche cuore: sono tra i primi a entrare nella zona rossa, devono rendere agibili gli edifici, puntellarli. Quindi, rimuovere le macerie. Quando scavano, è prima di tutto nella memoria: vite, fermi immagine. A L’Aquila tutti conoscono tutti, e ogni giorno qualcuno va da Giacco, indica quell’oggetto, chiede il piccolo favore. C’è l’avvocato a cui manca la sua Lettera 22: era di suo padre, e gli operai la tirano fuori. C’è il musicista che lì ha il pianoforte a coda, e da giorni cercano un modo per fare uscire da ferri e macerie la sua musica. Storie di una quotidianità persa e sostituita da un’altra: “Sono gesti all’ordine del giorno, per noi non sono eccezionali perché viviamo nella disperazione”, dice Giacco. Qualche mese fa gli operai della ditta hanno trovato perfino armi da guerra e munizioni in un casa. Questa storia non ha un lieto fine, proprio come tutte quelle aquilane: il proprietario della busta con i valori sarebbe morto sotto le macerie. Ora i carabinieri stanno cercando di rintracciare gli eredi. -di Monica Raucci, ilfatto-