Annamaria Franzoni piange, 3 anni dopo

Un po’ ingrassata, capelli lunghi e frangetta, jeans e maglietta, una bottiglietta d’acqua in mano: Annamaria Franzoni tre anni dopo l’ultima apparizione in un’aula di tribunale. Stessa è la vocetta flebile, stesse le lacrime quando parla di Samuele, stessa la sua convinzione: «Non ho ucciso mio figlio». Interrogata a Torino, al processo Cogne Bis che la vede imputata per calunnia (aveva accusato il vicino di casa Ulisse Guichardaz di essere l’assassino), la Franzoni, condannata a 16 anni, non ha perso occasione per dire «non sono stata io». Lo ha ripetuto più volte nel corso dell’audizione durata oltre sei ore, in cui ha ripercorso tutte le tappe della vicenda, dal malessere avuto il giorno prima dell’uccisione del piccolo («un colpo di freddo»), al momento in cui gli ha rimboccato le coperte mettendolo nel suo lettone («gli ho detto “tranquillo, la mamma è qui, e gli ho dato il fazzoletto del suo papà perché sentisse l’odore»), i suoi movimenti per non svegliarlo e la corsa per accompagnare Davide allo scuolabus. Ma non ha trattenuto ancora una volta le lacrime quando ha rivissuto la “scoperta” del suo bimbo con la testa fracassata, il 30 gennaio 2002, il panico provato, e la sensazione di essere sola nel chiamare e attendere i soccorsi. Ha parlato dell’incredulità provata quando il marito le ha detto del risultato dell’autopsia: «quando mi ha detto che era stato ucciso mi è ricrollato il mondo addosso». Innocente si è proclamata anche rispondendo alle domande sull’attuale processo: la colpa in questo caso è ricaduta sul suo ex avvocato, Carlo Taormina, e sull’investigatore privato Gelsomino in cui lei riponeva tutta la sua fiducia. -leggo.it-