Muse, a San Siro l’unico concerto italiano della rock band inglese

Ora è facile riempirsi la bocca di Muse, fare la corsa al biglietto e andare allo stadio a cantare Plug in baby, Muscle museum, New born, Space dementia, Stockholm syndrome, Sing for absolution, Take a bow, Invincible e Resistance. Ma chi ha assaporato la band alle origini, quando nel ’98 Matthew Bellamy, Christopher Anthony Wolstenholme e Dominic James Howard erano solo delle aspiranti popstar, sa che domani sera, allo stadio San Siro di Milano, dalle 21,30 circa assisterà a qualcosa che somiglia molto a una rivoluzione musicale. Una sorta di Musecal, giocando col nome del gruppo. Spaventosa la commistione di suoni, strumenti, influenze: per dirla all’inglese (in onore alla loro patria), progressive, alternative, contemporary, symphonic. Il trio di Devon si lancia in brani sperimentali, senza curarsi delle critiche e delle trasformazioni in seno all’idea originale, quella di un rock alternativo, nel vero senso della parola. Qui però, dentro al santuario del calcio, non c’è solo il suono (per questo show sono previsti oltri 1500 kw di corrente erogata e un palco di 64 metri di larghezza), ma anche l’impegno. I Muse non sono Britney e Lady Gaga, bensì lo specchio di una generazione che vuole comprendere cosa succede in questo mondo. I Muse allora, non sono solo quelli che cantano la hit Neutron star collision, pensata come colonna sonora della saga per adolescenti Twilight (Eclipse), ma pure quelli di Time is running out (Il nostro tempo sta finendo) o di Assassin (Uccidi i tuoi capi): non c’entrano i 12 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, quando si parla la lingua universale del rock, la denuncia è cosa seria e fuori dalle logiche commerciali. Domani, nell’unica tappa italiana di un tour europeo che è esaurito in quasi tutte le località (il 26 giugno il trio sarà tra le top band presenti a Glastonbury, festival tra i più hard del mondo), Matt, Chris e Dominic assicureranno «energia e ritmi pesanti», come nell’ultimo disco, The resistance, definito dal leader «l’album che svolta verso la musica classica». E se lo dice uno che ha vissuto per quasi 10 anni a Como, nella villa appertenuta al compositore Bellini, c’è da credergli. -leggo.it-