Santa Sede contro l’embargo a Gaza

Cibo, acqua, medicinali e quaderni al milione e mezzo di profughi di Gaza. Bisogna ripartire da qui, secondo il Vaticano, per risolvere una volta per tutte la questione israelo-palestinese. Lo stop all’embargo nella Striscia è chiesto a gran voce da monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede nell’ufficio Onu di Ginevra. «È evidente che la politica dell’isolamento non può funzionare » , afferma l’arcivescovo nel suo intervento alla riunione del Consiglio dei diritti umani. «L’incidente », in cui almeno nove attivisti di Freedom Flotilla sono stati uccisi dalle teste di cuoio di Tel Aviv, è per lui «causa e risposta all’instabilità politica e militare del Medio Oriente». Pressing su Israele contro l’embargo anche dalle Nazioni Unite. Il blocco dei Territori è, per il segretario generale Ban Kimoon, «controproducente, insostenibile e sbagliato». La sua richiesta è che venga «immediatamente » rimosso perché «punisce civili innocenti». Sulla questione di Gaza interviene anche il ministro degli Esteri Franco Frattini che, dalla Toscana, ha invitato Israele a «consentire liberamente, salvo le misure di sicurezza, che tutti i beni necessari arrivino nella Striscia ». Le preghiere della comunità internazionale, almeno in parte, sembra siano state ascoltate. In serata, da Tel Aviv, arriva la notizia che il premier israeliano Benjamin Netanyahu è pronto ad alleggerire il blocco imposto alla Striscia di Gaza. Secondo la televisione pubblica, il primo ministro potrebbe permettere alle navi mercantili di raggiungere il territorio palestinese, a patto di accettare le ispezioni delle autorità israeliane. Differente la versione riportata da “Canale 10”. Israele, riferisce l’emittente privata, potrebbe proporre l’idea di una cooperazione internazionale per ispezionare i carichi e consentirne il passaggio. Sull’altro fronte, quello dell’inchiesta internazionale sull’arrembaggio alle navi della pace, l’accordo è ancora lontano. L’Italia che poche ore prima aveva votato contro la risoluzione Onu, insieme a Olanda e Stati Uniti, ieri ha rivisto e corretta la sua posizione. Ferma restando la «sovranità» dello Stato ebraico nel condurre le indagini, Frattini – così come il cancelliere tedesco Angela Merkel – chiede la presenza nel team di almeno un esponente del “Quartetto” per il Medio Oriente, costituito da Russia, Stati Uniti, Ue e Onu. Un rappresentante che, per Washington, dovrebbe essere statunitense. La presenza di un “osservatore esterno” non sembra preoccupare Tel Aviv. «Non abbiamo nessuna ragione di temere una commissione di inchiesta », afferma il ministro degli Esteri ebraico, Avigdor Lieberman. Un giurista israeliano avrebbe già dato la sua disponibilità a guidare le indagini. «Se vogliono includervi un membro internazionale – dichiara il rappresentante del governo -, va bene anche questo». L’apertura di Lieberman, secondo fonti politiche, non è condivisa dal capo della Difesa Ehud Barak, e di conseguenza da Netanyahu. -epolis-