Mick Jagger vera star a Cannes

Urli e grida scomposte ieri a Cannes: nessuna catastrofe, solo l’arrivo sulla Croisette di una leggenda vivente del rock, Mick Jagger, a presentare il documentario Stones in Exile di Stephen Kijak, fuori concorso alla Quinzaine des Realisateurs (e i primi di luglio volerà al Roma Fiction Fest). Due ore di fila non hanno scoraggiato una folla di fan, giornalisti e invitati, accalcati davanti al Palais Stephanie per assistere alla proiezione. Jagger, produttore insieme all’amico Keith Richards, in giacca, jeans scuri e scarpe da ginnastica Nike, ha sfoggiato un francese improvvisato per salutare tutti e dire subito: “All’inizio degli anni 70 eravamo giovani, belli e stupidi. Ora siamo solo stupidi, ma spero che il documentario vi piaccia lo stesso”. Realizzato con materiale di archivio, fra foto, video e interviste varie, “selezionando un’incredibile quantità di documenti e immagini”, il film ripercorre il fatidico 1969, quando gli Stones partirono per la Francia e registrarono l’album cult Exile On Main Street nella cantina della villa di Richards, fra bottiglie di Jack Daniel’s e champagne, perché “senza di quelle, niente rock and roll”. In apertura e chiusura, volti famosi parlano dell’album. “Il senso dell’esilio si riflette nella loro musica”, spiega Martin Scorsese, regista di Shine a Light, altro recente documentario sulla rock band e sulla loro energia sul palco, “cosa che ai Beatles è sempre mancata”, puntualizza Jagger. Se le foto di Tarlé riportano indietro nel tempo, davanti a folle di hippies scatenati, i video indugiano sull’addio all’Inghilterra e l’arrivo in Francia, in quel posto che Anita Pallenberg, allora compagna di Richards, descrive così: “Al sud della Francia se hai soldi puoi comprare qualsiasi cosa: c’è Marsiglia da una parte, per le sostanze illecite, dall’altra l’Italia con la mafia. Unite le due cose e capirete cosa è stato”. Lontano da ogni tentazione agiografica, sottolineando anche i momenti bui della band e l’(ab)uso di droghe, il film ha il merito di restituire bene l’atmosfera di quegli anni: “Non volevamo una roba tipo gente che parla seduta sulle sedie, ma cogliere lo spirito di quel periodo, farlo rivivere attraverso il film – continua Jagger – Era il tempo di Nixon alla Casa Bianca, della guerra in Vietnam, Eddie Merckx aveva appena vinto il Tour de France, ma noi non sapevamo nulla di tutto ciò: eravamo chiusi a fare l’album”. Ma niente nostalgia: “Ok, era un gran periodo, ma è come riguardare vecchie foto di famiglia. Le vedi, ci ripensi, poi però non riconosci molte persone che ti stanno accanto. Tipo un ragazzo biondo che nel film si vede spesso, ancora non so chi diavolo sia, mi dicono che lavori in una tv americana, chi lo sa”. A una domanda sulla marijuana risponde: “Sul New York Times c’è un articolo sui vari modi di cucinarla. Ma ci pensate, cucinarla? Mi pare una cosa molto brutta”. E la musica di oggi, brutta anche quella? “No, è che in ogni era c’è sempre stata bella musica e m…a totale”. Non si sbilancia più di tanto sui suoi gusti cinematografici, ma dopo aver detto: “Godard? Sì mi pare di aver visto qualche suo bel film, ma non ricordo quale”, confessa: “Uno dei miei preferiti resta Apocalipse Now, non a caso uscì nello stesso periodo del nostro Exile On Main Street ”.-dnews-