Pec, la rivoluzione resta sulla carta

E venne il giorno della Pec. Ieri il ministro Brunetta ha lanciato la “posta elettronica certificata” per la comunicazione tra pubblica amministrazione e cittadino. Un sistema e-mail, equivalente della raccomandata con ricevuta di ritorno, con analogo valore legale. Ma cos’è? A cosa serve? Il ministro per la Pubblica amministrazione e innovazione l’ha annunciata come una “rivoluzione” del rapporto tra pubblica amministrazione e cittadino, chiave di volta per eliminare le code allo sportello, ridurre l’uso della carta, aumentare la trasparenza. Per semplificare. In realtà, più che di Pec, sarebbe opportuno parlare di Cec Pac: “Comunicazione Elettronica Certificata tra Pubblica Amministrazione e Cittadino”. Perché la Pec già esiste dal 2005, ha un mercato che conta 24 operatori accreditati con circa un milione e mezzo di caselle attive a pagamento. L’anno scorso erano meno della metà. Il tumultuoso aumento si spiega con l’obbligatorietà: per le nuove imprese dal 2008, per i professionisti dallo scorso novembre, per tutte le imprese a partire dal 2011. Questo per le comunicazioni tra privati. La Cec Pac, gratuita e presentata ieri come Postacertificat@, è invece esclusivamente destinata alla comunicazioni con la pubblica amministrazione. Il governo ha affidato il servizio a un gestore unico, vincitori del bando sono stati Poste e Telecom. Quindi, se sono un imprenditore o un libero professionista, dovrò avere almeno due caselle Pec diverse, una per gli affari, l’altra per dialogare con la pubblica amministrazione. Oltre all’indirizzo mail per le comunicazioni di lavoro non certificate e almeno un altro per quelle personali. Il tutto, per semplificare. Chi desidera avere una casella Cec Pac deve andare sul sito www.postacertificata.g ov.it, compilare un modulo elettronico con i propri dati per la richiesta, e, trascorse 24 ore, andare all’ufficio postale indicato dal sito per procedere all’identificazione con una firma su un modulo di adesione. L’identificazione ci vuole perché la Pec da sola attesta solo l’avvenuta comunicazione tra emittente e ricevente e solo se entrambi hanno la casella Pec. Tanto che, per fare un esempio, i geometri la usano per mandare documenti ai comuni, ma abbinata con la firma digitale. Altro uso invalso presso le aziende è l’invio delle buste paga ai dipendenti. È il tema dei servizi: una volta attivata la Pec, che ci si fa? Pochi gli applicativi sviluppati per la Pec, quali saranno quelli accessibili con la Cec Pac? Potenzialmente tutti. Ieri il sindaco di Roma Alemanno ha detto che l’amministrazione capitolina ha già reso disponibile il servizio anagrafico e presto attiverà anche le iscrizioni agli asili nido, i servizi sociali e i servizi dell’avvocatura. A quanto pare Roma è una specie di mosca bianca. Le amministrazioni sono in ritardo. Solo 23 Asl su 148 sono in regola, 17 università su 93, 7 regioni su 20. Va meglio per comuni e province. I dati li fornisce lo stesso ministero della Funzione Pubblica. Su questo Brunetta ha dato battaglia: secondo la legge che porta il suo nome, il mancato assolvimento degli obblighi sulla trasparenza (tra cui rendere pubblica la Pec dell’amministrazione, anche su www.indicepa.gov.it) influisce negativamente sulla “retribuzione di risultato” dei dirigenti degli uffici. C’è da dire che i dati riguardano l’attivazione della casella, non i servizi erogati. Il nodo cruciale. Senza servizi che mi interessano, perché dovrei richiedere una casella? Il ministro è convinto di avere un alleato per stimolare le amministrazioni, come ha dichiarato di recente a un settimanale. Il “popolo di internet”, circa 23 milioni di persone che “faranno pressing ” perché gli uffici pubblici adottino Postacertificat@, strumento che presto sarà usato “da 50 milioni di italiani”. Eppure le critiche più puntuali sono arrivate proprio dalla rete. «La Pec era uno strumento innovativo nel 2005», dice Guido Scorza, docente di diritto e internet. Ma prima che diventasse obbligatoria per alcune categorie la conoscevano davvero in pochi. «Internet è veloce – conclude Scorza – se un servizio online non esplode in cinque anni… beh non bisogna essere un guru per capire che probabilmente non esploderà mai». -dnews-